Christian Ginepro

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Scritto da: Redazione • 4 Giugno 2007
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BRAVI SI DIVENTA

Da “Italia Sera” una bella intervista a Christian Ginepro a firma di Paolo Pelinga

Sono semplicemente un interprete, una persona che rappresenta la realtà”

Christian Ginepro, attore rivelazione dell’anno, protagonista maschile di ” Cabaret ” al Sistina, si racconta


di Paolo Pelinga

Christian Ginepro parla a raffica, possiede una straordinaria proprietà di linguaggio, un linguaggio sobrio e forbito, scandisce bene le parole, si fa capire da tutti ed è un piacere ascoltarlo. Sulla scena è un folletto inarrestabile, scatenato; non lesina energie, è un vulcano in eruzione, travolge tutto e tutti. La sua esibizione, mentre recita, è uno spettacolo nello spettacolo, veri e propri fuochi pirotecnici. Noi, di solito, facciamo precedere all’intervista una sintetica scheda esplicativa del personaggio, con relative nozioni che ne illustrato, in maniera esaustiva, la personalità, i pregi e tutto ciò che lo riguarda sul piano artistico e umano. Christian non ne ha bisogno. Per scoprire le sue virtù non basterebbe un’intera pagina di giornale. Ma lui è talmente bravo che, attraverso questa intervista-fiume, si farà conoscere, stimare e apprezzare più di qualsiasi elogio da parte nostra che pure merita.

– Christian, i tuoi dati anagrafici?

“Sono nato il 7 novembre 1973, nel segno dello Scorpione, in quel di Pesaro”.

– Come si fa a diventare così bravo?

“Non so. Non dovresti chiederlo a me. Nel senso che io non è che sono bravo, sono semplicemente una spugna. Le spugne, se ci si abitua a usarle, rimangono ben bagnate e pronte ad essere utilizzate per prendere da tutti e da tutto, perché molte volte il nostro ego ci impedisce di imparare da noi stessi. Quindi, se ci si guarda intorno e sei una spugna, si cerca di essere sempre più bravi di come lo si era il giorno prima”.

– Artisticamente come nasci?

“Io, in realtà, nasco ballerino. A 12 anni ho iniziato a studiare danza. Mi sono iscritto a danza perché mi ero innamorato della mia compagna di banco. Io facevo il taekwondo, invece lei mi fa: Io, da domani, vado a danza”. “Anch’io” ho ribattuto subito, e mi sono iscritto a danza. Il canto? Ho sempre cantato fin da bambino. Mio padre, quando ero nella pancia della mamma, mi faceva sentire con le cuffie Rossini, i Beatles, e quindi l’orecchio è nato predisposto. Poi tanta gavetta. Ho fatto anche i Villaggi Turistici. Quindici anni fa Roma era lontana per un pesarese come me. Quindi, se tu eri giovane e volevi fare delle cose, andavi nei villaggi, dove spendevano fior di milioni per fare questi spettacoli e tu avevi la possibilità, durante una giornata, di fare tre spettacoli al giorno, ballare, cantare, recitare, farti sentire da centinaia di persone, senza microfono certe volte. E soprattutto, quando ho debuttato, ho lavorato due anni con Tosca, la cantante, facendo la spugna. Io, ogni giorno, le chiedevo di farmi il riscaldamento vocale e intanto imparavo”.

– Cos’è l’arte per te?

“Come si dice, l’arte è uno per cento di ispirazione e 99% di traspirazione. Per fare questo mestiere, tra le tante cose che bisogna avere, anche i piedi per terra e la testa fra le nuvole. Bisogna essere un po’ elastici”.

– Secondo te, bravi si nasce o si diventa?

“Si diventa. Si diventa assolutamente. Bisogna avere il privilegio e la fortuna di incontrare i maestri giusti che, oltre ad essere dei maestri, abbiano voglia di insegnarti, come è capitato a me con Saverio Marconi, con Gigi Proietti, Gianluca Guidi, Massimo Ghini; con Pietro Garinei, Gino Landi e Trovajoli, con Gianni Fenzi, tutti maestri che hanno avuto soprattutto voglia di insegnare. E poi, da parte mia, anche un po’ di predisposizione verso questa professione. Come dice Verga, chi nasce pesce il mare lo chiama. Quindi, naturalmente, se sei nato fagiolo poi vai a fondo”.

– Che tipo di attore sei, come ti definiresti?

“Io mi definisco un interprete. Nel senso che nei musical, molte volte, si fa grande errore considerarsi dei performers, che è semplicemente una persona che va sul palcoscenico e dice: adesso signori guardate, perché io sono veramente bravo. E’ il circo, l’esibizione di se stesso che va bene al circo, però. Invece a teatro l’attore deve essere un interprete, una persona che rappresenta la realtà. Il teatro, in una città, è come se fosse lo specchio di una casa. E quindi, quando la gente ha il coraggio e la voglia di andare a guardarsi allo specchio a teatro, è importante rappresentare, essere interprete di una realtà, di una favola, di una tragedia che si vuole raccontare. Poi che si decida di farlo solo recitando, o cantando e ballando, quella è tecnica. La mia grande gioia è riuscire a fare fiction in televisione (e una proposta in tal senso gli è appena arrivata, n.d.r.), essere chiamato magari, come è successo col provino di Proietti, nella prosa, a fare musical, commedia musicale; ma l’attore, ora come ora, deve saper fare tutto, tecnicamente”.

– Cosa ti affascina maggiormente del mondo dello spettacolo?

“La cosa che mi affascina è una benedizione e anche una maledizione. Nel senso che il mondo dello spettacolo viene visto come una giostra, appunto benedetta e maledetta che, quando si spegne la luce in sala, il pubblico decide di montare su questa giostra e di abbandonarsi all’incanto contro il disincanto che c’è in giro nella vita vera, nella vita reale. La maledizione sta nel fatto che tu sei un cavallino della giostra e quindi, anche dal punto di vista affettivo, della vita di tutti i giorni, molte volte la gente sale e poi scende perché il giro è finito e tu hai un buco davanti, uno dietro, e sei legato alla giostra. Quindi bisogna stare molto attenti con questo mestiere, che è un mare dove non ci sono molti gorghi che ti fanno tenere lontano dalla riva, che sarebbe la vita reale”.

– Sentimentalmente, come sei messo?

“Sono single. Ho avuto una storia che però è finita. Ci ho pensato. Facendo questo mestiere è difficile perché, molte volte, la persona che ti si mette vicino non capisce che ci sono dei momenti, nella vita di un artista, in cui tu sei in amore anche senza di lei. Tutto questo può succedere, ma non è accettato”.

– Tutto sommato, però, forse sei più sereno…

“Dipende. Io penso che la vita sia una questione di priorità. Quando sono stato innamorato, e lo sono stato spesso, allora cambiano le priorità nella vita, anche se comunque, appunto, un artista, un attore, una persona che fa questo tipo di spettacolo, difficilmente fa una scelta dell’amore che vinca su quello che poi è, perché in fondo siamo quello che facciamo. Questa è la nostra maledizionebenedizione”.

– Quindi, se una donna ti mettesse davanti a un bivio: me o la carriera, come reagiresti?

“Evidentemente le ragazze che facessero questo hanno già incominciato a fare il primo errore, perché non è un bivio. E’ come se mi dicessero: scegli tra me e il tuo braccio sinistro. Io non posso scegliere, il mio braccio è attaccato. Quindi non scelgo fra due cose esterne a me”.

– Che titolo di studio hai conseguito?

“Ho fatto il liceo classico. Ho dato undici esami di giurisprudenza, poi mi sono reso conto che potevo fare a meno del diritto ma, soprattutto, che il diritto poteva fare a meno di me. E quindi ho detto: lasciamo stare perché non è il mio pane”.

– Dove vorresti arrivare, qual è la tua massima aspirazione?

“Riuscire a continuare, fino a 80 anni, a fare per 365 giorni all’anno questo mestiere”

– Hai anche tu un sogno proibito?

“Ci sono degli spettacoli che adoro fare. Mi piacerebbe continuare a fare prosa, ma il mio sogno nel cassetto è fare Don Silvestro in Aggiungi un posto a tavola, perché mi dicono che la faccia da pretino ce l’ho. Mi piacerebbe fare Se il tempo fosse un gambero. Sono tanti gli spettacoli che vorrei fare”.

– Se non avessi fatto l’attore, cosa ti sarebbe piaciuto fare?

“Mi sono domandato spesso: perché faccio questo? A me quello che piace è condividere, ed è una delle tre parole chiave della mia vita. Sono responsabilità, incanto e condivisione. Quindi cercherei, prima di tutto, di rimanere nell’ambiente dello spettacolo perché, comunque, se nasci pesce il mare ti chiama. Però, se non avessi proprio avvicinato il mare dello spettacolo, avrei trovato sempre un mestiere che mi avesse dato la possibilità di interagire sulla sfera emotiva delle persone davanti a me

in quanto artista. Cioè, appunto, magari avrei fatto il barista che però, per quei cinque minuti in cui si trova di fronte l’avventore, cerca di trasformare uno dei suoi giorni in una bella giornata”.

– Quali sono le maggiori difficoltà che si incontrano in questa professione?

“Fortunatamente ho sempre avuto persone che hanno avuto voglia di investire su di me. Bisogna poi avere la fortuna di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. I momenti più difficili, in realtà, veramente sono pochi. Più dal punto di vista umano, personale. Molte volte rischi di dover venire a patti con il mostro della solitudine”.

– Che cos’è per te la solitudine?

“La solitudine per me, molte volte, nel bene, è una cosa che non si può condividere con nessuno. Dall’altra parte io cerco spesso la compagnia, sono un compagnone”.

A questo punto, amici lettori, forse pensate che l’intervista a Christian Ginepro sia finita qui. No, vi sbagliate. Un ragazzo del calibro, dello spessore artistico e umano di Christian, che una ne dice e cento ne pensa, ha ancora tante cose da dire per deliziarci ulteriormente con la sua sensibilità, la sua intelligenza, la sua inventiva, la preparazione culturale, la sua grande generosità che si concretizza sul palcoscenico e nella vita. E’ soltanto questione di pazienza.

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