“Via col vento” in musical conquista Londra

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Scritto da: Redazione • 8 Aprile 2008
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E’ in scena da alcuni giorni a Londra "Gone with the Wind", musical tratto dall’omonimo romanzo e film tra i più celebri della storia del cinema (Via col vento).  Vi proponiamo qui un articolo apparso oggi sul Corriere della Sera, a firma di Claudia Provvedini.

Una Rossella moderna domina la scena. E gli applausi scattano con le voci gospel inneggianti alla libertà
LONDRA — Il New London Theatre come la grande tenuta di Tara, provincia di Atlanta, Georgia, 1860; gli attori di colore in abiti dimessi da servi (della gleba, verrebbe da dire), le dame beghine in cappellini e sottanone, i soldati con bandiera blu e stella bianca della Secessione sudista sulle balconate tra il pubblico; il palcoscenico girevole che si trasforma in circo per i «numeri» di Scarlett/ Rossella e Rhett; il cielo sopra di noi pieno di tuoni e cannonate. Settant’anni dopo lo strepitoso successo da Pulitzer del libro e da Oscar del film, Gone with the Wind, il nostro  Via col vento nella traduzione per una volta felice di un titolo americano, da sabato è arrivato in scena, per l’anteprima mondiale. Come musical kolossal, ovviamente nel West End di Londra. Ed è tutto esaurito da mesi. «Mi sono attenuto al romanzo di Margaret Mitchell, non al film di Fleming», ha dichiarato nelle interviste alla stampa inglese il regista Trevor Nunn, famoso per le commedie scespiriane e per i long running come CatsLes Miserables.
Si parte infatti dalla dorata adolescenza della corteggiatissima Scarlett O’Hara (miss Rossella per noi) coccolata dalle Mammy e dai Tom di colore, la sua vera famiglia, fino al fatidico, proverbiale e qui cantato a gola spiegata «so che posso farlo domani, domani è un altro giorno». E forse da domani i grandi magazzini Harrods o i vari Gap proporranno abiti gonfi coi nastri verdi, a giudicare dall’entusiasmo delle giovani spettatrici in minigonne ascellari che durante l’intervallo, commosse, cantavano già i ritornelli dell’ex sociologa Margaret Martin (un’altra Margaret), autrice di parole e musiche.
A dir il vero, a parte i canti corali e le sgambate dei sudisti che ballando si ribellano all’Unione e accendono la sanguinosa Civil War americana, le musiche più belle sono nella seconda parte, scandita da salve di cannone e da applausi a scena aperta alle voci gospel chiare e potenti che inneggiano alla libertà e — novità — cantano la «necessità di fare figli voluti» e non solo frutto di notti di sesso negli assolo della Mammy di Natasha Yvette Williams (con un seno enorme) e della servetta Prissy di Jina Burrows così come nei cori dei famigli liberati dagli yankees e che da un tentativo di stupro di questi salvano la caparbia ragazza O’Hara. Lei, Scarlett, la talentuosa attrice di teatro e musical Jill Paice (da anni protagonista tra Londra e Broadway per Lloyd Webber e lo stesso Nunn), vitino di vespa ma grinta da leonessa, è l’eroina senza ombre di ripensamenti, dal fascino travolgente e dalla pari incoscienza, lenta a maturare alla responsabilità sociale come all’amore domestico: prima, ci sono i baci appassionati con il cognato, l’attore Edward Baker-Duly, un Ashley biondo come lo era Leslie Howard nel film, ma finalmente maschio anche se coraggioso solo in guerra. E finalmente capiamo perché è lui che la bella ostinatamente vuole, sperando per tutta la vita di essere ricambiata con un matrimonio.
Tutto a lei è perdonato da tutti, eccetto che dal rozzo faccendiere Rhett Butler, qui impersonato dall’attore e cantante pop scozzese Darius Danesh (Chicago, Guys and Dolls, tv e dischi di platino), fisico più interessante di quello di Clark Gable, come lui un po’ impalato, e con una bellissima voce che passa dai toni cupi alle finezze tenorili, e ci risarcisce della mancanza di quei primi piani violentemente innamorati sul grande schermo.
Se più forza ha la questione della parità di diritti tra bianchi e neri, più indagato è anche l’universo femminile, pittoresche zitelle e madri martiri incluse. Autoironico e divertente il vezzo di citazioni dal musical tradizionale — scene d’insieme alla West Side Story fino alle sdolcinate song disneyane —, si nota il grande dispiego di costumi, suppellettili, cinguettii di uccelli e rumori veristici, mentre i dialoghi da commedia sbilanciano un po’ la prima parte che andrebbe più shakerata negli ingredienti. C’è tempo fino al 22 per il giudizio della stampa inglese.
I personaggi disegnati nel film da Vivien Leigh e da Gable sono rimasti sostanzialmente uguali, segno che erano già fedeli al libro, e se nella regia di Nunn ha preso peso la passione di Rossella per il cognato e il povero Rhett può solo vendicarsi, un seguito alla vicenda — quel seguito che la Mitchell rifiutò a lungo di immaginare — è meglio ancora una volta lasciarlo all’indefinita magia di quel «domani è un altro giorno ».

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