Webber: il musical sopravviverà anche alla TV

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Scritto da: Redazione • 29 Giugno 2008
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Il quotidiano "La Stampa" di oggi pubblica un’intervista con il compositore Andrew Lloyd Webber, realizzata da Der Spiegel

IL MUSICAL? SOPRAVVIVERA’ ANCHE ALLA TV
"Broadway resterà sempre Broadway.
E io farò il nuovo Fantasma dell’Opera"

di CHRISTOPH DALLACH, WOLFGANG HÖBEL

Signor Lloyd Webber, quasi ogni abitante del mondo occidentale conosce Cats o un altro dei suoi musical. Come mai solo pochi sanno che lei ha scritto anche una canzone per Elvis Presley?
«Presumo che dipenda dalla mia canzone, che faceva parte dell’ultimo album di Presley. Ero un grande ammiratore di Elvis e qualche volta mi ha sfiorato l’idea che sia stata la mia canzone a ucciderlo (ride)».

Quanto è cambiato il musical dall’inizio della sua carriera?
«Non è cambiato quasi per nulla. Sicuramente in un prossimo futuro ci sarà un artista astuto, cui verrà in mente di mettere in scena in modo divertente uno show sul mondo di Internet. La situazione, tuttavia, resta sostanzialmente sempre la stessa: si deve inventare uno spettacolo che diverta le persone al momento giusto nel posto giusto. Broadway resta sempre Broadway, e lo stesso vale per il West End».

La differenza è che lei di recente è diventato una star della televisione in show per la selezione dei cast, per esempio American Idol. Un artista del palcoscenico con la fama di molto timido si lancia in tivù?
«Sciocchezze, non sono mai stato un timido e ho sempre amato la televisione. Per mancanza di tempo i miei genitori non hanno potuto portarmi a teatro praticamente mai. Perciò tutte le mie esperienze emozionanti per quanto riguarda teatro, opera e musical le ho fatte guardando la tivù. Mi ricordo quando ho visto per la prima volta in tivù West Side Story oppure la Callas in Tosca. Per me la televisione non ha quindi assolutamente ucciso il teatro».

Rientra nel ruolo di insegnante severo in tivù anche un pizzico di sadismo?
«No. Imparo a conoscere veramente bene i candidati di questo show, in modo più approfondito rispetto a un provino per un musical. Ho 60 anni; lavorare con questi giovani è il mio modo di dire grazie per il mio successo. Per esempio, c’era una ragazza che cantava l’aria di Cabaret come una canzonetta insulsa. Le ho detto: leggimi il testo e cerca di capirlo! Si tratta di una giovane donna che canta per l’ultimissima volta in uno dei club più popolari della Berlino degli anni Venti, la città all’epoca più effervescente del pianeta. E improvvisamente la ragazza capisce. Splendido!»

Un’attrice geniale, ma in condizioni di salute pessime, come Amy Winehouse avrebbe una chance nei suoi show? Si dice che lei abbia accostato l’auto al bordo della strada sentendo per la prima volta la voce di Amy.
«Mi spiace deludere, ma io non guido l’auto, mi faccio portare. Certamente ritengo Amy Winehouse un supertalento. Possiede questo fuoco meraviglioso e raro, ma si è messa in una situazione tragica. È effettivamente una cantante originale, una compositrice fantastica, ma se non riesce a smettere, morirà giovane come James Dean».

Lei siede alla Camera dei Lord e lo scorso anno ha superato Paul McCartney nell’elenco dei musicisti inglesi più ricchi. Le sue comparse in tivù non hanno soprattutto lo scopo di attirare ai suoi musical un pubblico più giovane?
«Certamente, e funziona! Da quando partecipo agli show per la selezione del cast, vendiamo il 25% in più dei biglietti rispetto a prima. Sembra proprio che improvvisamente tutti i giovani vogliano salire alla ribalta. Attualmente, il numero dei candidati che vogliono studiare alle scuole di teatro inglesi supera quello dei candidati a Oxford e Cambridge messi insieme!»

Nel musical non c’è mancanza di nuovi talenti?
«Mi piacciono alcuni compositori giovani, soprattutto americani. Amo Into the Hoods, uno show londinese piuttosto breve. E sono orgoglioso di mio figlio Alistair di 16 anni che è un eccellente compositore e un giocatore formidabile di polo».

Nonostante gli annunci, è ormai diverso tempo che lei non produce più un grande musical. Dove sta il problema?
«Sono pronto per metà con un rifacimento del Fantasma dell’opera. Si dovrebbe chiamare solo Phantom e avere come sottotitolo Once Upon Another Time. Si svolge a Coney Island e racconta una storia fantastica, assolutamente nuova, anche se, naturalmente, ci sono gli stessi quattro protagonisti del Fantasma. Per il momento sono assolutamente entusiasta, ma fra tre settimane ascolteremo per la prima volta il primo atto completo. Se mi sembrerà terribile, getteremo via tutto».

Con gli anni le risulta più difficile comporre?
«Diventando più vecchi, si hanno più scrupoli, soprattutto per la trama. Perché la storia, ancora meravigliosamente avvincente nel primo atto, potrebbe naufragare nel secondo. Quando ero giovane, non ho mai prestato attenzione alle bucce di banana, su cui il pubblico poteva scivolare. Oggi ci sto attento anche troppo».

Copyright «Der Spiegel»
Traduzione a cura del Gruppo Logos

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